a Spilimbergo

Memoria del Terremoto del Friuli

13 settembre 2026

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Domenica 13 settembre 2026, la Chiesa diocesana di Concordia-Pordenone si riunisce a Spilimbergo per la  memoria del 50° anniversario del terremoto del Friuli (1976–2026).

Programma degli eventi
  • Ore 10.00 | Vito d’Asio Incontro “Ricostruire insieme: il ruolo delle cooperative e dei gemellaggi ecclesiali nel post terremoto” promosso dalla Pastorale Sociale e del Lavoro e da Caritas con le Diocesi gemellate nel post sisma

  • Ore 18:00 | Duomo di Santa Maria Maggiore Solenne Celebrazione Eucaristica presieduta da S.E.R. Mons. Edgar Peña Parra, Nunzio Apostolico in Italia, in memoria del terremoto del Friuli del 1976. La celebrazione è aperta a tutta la comunità diocesana.

 

Omelia pronunciata da S.E.R. Mons. Edgar Peña Parra nel Duomo di Santa Maria Maggiore a Spilimbergo:

Eccellenza reverendissima, la ringrazio per il cordiale invito e per le parole con le quali ha voluto accogliermi in questa Chiesa di Concordia-Pordenone.

Desidero salutare Sua Eccellenza monsignor Francesco Moraglia, patriarca di Venezia e metropolita; e anche a lei, Eccellenza, la ringrazio per le sue fraterne parole. A Sua Eccellenza monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì-Bertinoro, figlio di questa Chiesa e al tempo del terremoto tra i seminaristi accorsi in aiuto delle popolazioni colpite. Agli altri vescovi presenti, i presbiteri, in modo speciale i parroci di queste zone terremotate, e i diaconi, i religiosi e le religiose, i seminaristi e i rappresentanti delle 190 parrocchie della Diocesi.

Rivolgo un deferente saluto alle autorità civili e militari della Regione Friuli-Venezia Giulia, alle delegazioni dei paesi che cinquant’anni fa si gemellarono con le comunità terremotate, alle associazioni e ai volontari.

Il mio pensiero si fa però particolarmente affettuoso e partecipe verso quanti portano ancora nel cuore le ferite di quei giorni: coloro che persero una persona cara, la propria casa, il proprio paese; quanti furono costretti a partire e quanti, con generosità e senza risparmiarsi, presero parte all’opera del soccorso e della ricostruzione.

Il 6 maggio 1976, in meno di un minuto, il terremoto fece tremare le case, le chiese, ma soprattutto sconvolse la vita di un’intera regione. Il sisma coinvolse un territorio vastissimo: oltre cento comuni, circa seicentomila persone. Novecentonovanta furono le vittime e oltre centomila gli sfollati. Ma dietro questi numeri ci sono delle storie concrete: nomi, volti, affetti e vite cambiate per sempre.

Per questo la nostra prima parola oggi non può essere il silenzio? Un silenzio raccolto dinanzi al dolore, che si fa preghiera mentre affidiamo al Signore le vittime e quanti portano ancora il dolore di quella tragedia.

La memoria di quell’evento è tragica, ma la Parola di Dio appena proclamata vi sembra entrare con delicatezza e come una luce soave. Il profeta Ezechiele, infatti, ci presenta il Signore come un pastore che non rimane lontano dal suo gregge: «Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna». Dio stesso si mette alla ricerca dei suoi figli. Egli non osserva da lontano il dolore del suo popolo, ma attraversa i luoghi della dispersione, raggiunge chi si è smarrito, fascia chi è ferito, cura chi è malato, conduce al pascolo chi non trova più una strada.

Il profeta parla dei «giorni nuvolosi»: proprio quelli del 1976, giorni in cui la polvere delle macerie oscurava l’aria, il dolore rendeva incerto il futuro, intere comunità si ritrovavano disperse e impaurite. Eppure, proprio allora, il Pastore non ha abbandonato il suo popolo. Egli si è fatto vicino attraverso le mani dei soccorritori, dei volontari, dei presbiteri, dei religiosi, dei seminaristi e di tante persone semplici; si è fatto presente nell’accoglienza offerta agli sfollati, nella generosità delle comunità gemellate, nella collaborazione tra istituzioni civili e comunità ecclesiali.

Anche san Paolo VI volle manifestare concretamente la sollecitudine della Chiesa, disponendo l’invio di tre roulotte per rispondere alle necessità più urgenti degli sfollati della Diocesi: piccoli segni certamente, dinanzi all’immensità del bisogno, ma capaci di dire: «Non siete soli, la Chiesa è qui con voi, il Pastore non dimentica nessuna delle sue pecore».

Cinquant’anni dopo non vogliamo limitarci a celebrare l’efficienza di una ricostruzione, per quanto straordinaria. Vogliamo riconoscere qualcosa di ancora più profondo emerso tra quelle macerie, e cioè la forza dell’amore. E si tratta di qualcosa che, soprattutto in eventi del genere, non dobbiamo dare per scontato.

Alessandro Manzoni, ad esempio, raccontando la peste di Milano non nascose la paura, gli egoismi e le debolezze che possono manifestarsi nelle grandi calamità. Ma seppe anche riconoscere la carità del cardinale Federico Borromeo e di quanti, nella prova, scelsero di farsi prossimi.

Le crisi mettono a nudo ciò che abita nel cuore umano. Di solito succede così: non ci rendono automaticamente migliori, ci pongono davanti a una scelta. Possiamo chiuderci nella paura e aprirci alla fraternità; possiamo restare prigionieri del pianto e della rassegnazione o diventare costruttori di speranza; possiamo pensare soltanto a salvare noi stessi oppure scoprire che la nostra vita è legata alla vita degli altri.

Il terremoto fece emergere il meglio di questa terra. Il Friuli non si lasciò spezzare. Sotto le tende e tra le macerie, uomini e donne riscoprirono che essere comunità non è una parola astratta: significa condividere il poco che si possiede, rialzare chi è caduto, piangere con chi piange, lavorare insieme senza chiedere prima a quale parte appartenga l’altro. La ricostruzione allora non fu soltanto ricostruzione di pietre: fu ricostruzione di legami, di fiducia e soprattutto di speranza.

La seconda lettura, che appena abbiamo ascoltato, ci aiuta a comprendere ancora più profondamente questa verità: «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio». E san Paolo aggiunge che siamo edificati insieme, avendo come pietra angolare lo stesso Gesù, Cristo Gesù. Le case possono crollare, anche le chiese e i campanili possono crollare, ma esiste un edificio che continua pazientemente a costruire: una comunità fatta non di pietre, ma di pietre vive, che siamo ognuno di noi.

Ciascuno di noi è una di queste pietre: nessuna da sola costituisce una casa, perché una pietra isolata rimane esposta; unita alle altre invece diventa dimora, riparo, luogo nel quale una vita può crescere. La vera ricostruzione comincia quando nessuno viene considerato straniero ed ospite, quando ciascuno si sente accolto, quando diventiamo responsabili gli uni degli altri.

Anche il Vangelo proclamato nasce in un momento di crisi. Gli undici discepoli raggiungono il monte indicato da Gesù. Sono soltanto undici: il gruppo porta ancora la ferita del tradimento di Giuda; hanno vissuto lo scandalo della croce, la paura e la dispersione. L’evangelista Matteo annota con grande realismo che quando videro il Risorto si prostrarono, ma essi dubitarono. Gesù non aspetta dunque una comunità perfetta, né rimprovera quei discepoli feriti e ancora esitanti: si avvicina a loro e proprio a loro affida la missione: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli».

È sorprendente: a uomini che hanno conosciuto la paura, il Signore consegna il coraggio del Vangelo; a un gruppo che ha sperimentato la dispersione, affida il compito di radunare tutti i popoli; a discepoli che ancora dubitano, promette la sua presenza: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo».

E allora, fratelli e sorelle carissimi, mentre portiamo nella nostra carne le fatiche, le solitudini e le contraddizioni del nostro tempo, insieme alla memoria di quanto rappresenta questa regione ha tragicamente vissuto, ascoltiamo questa parola che il Signore oggi rivolge alla Chiesa di Concordia-Pordenone: «Io sono con voi».

Nella nostra fragilità Dio ci raggiunge e, sostenuti dal suo amore, possiamo anche noi imparare a farci prossimi come Lui. Non abbiate paura, dunque, di essere una Chiesa missionaria che si prende cura, che rimane accanto all’umanità ferita, che ama questo tempo e si impegna a trasformarlo.

Cinquant’anni fa questa terra rispose alla distruzione con la solidarietà. Oggi questa Chiesa è chiamata a rispondere alle nuove fratture con la fraternità; all’indifferenza con la prossimità; alla crisi della fede con una testimonianza umile, ma una testimonianza credibile; alla tentazione di chiusura con il coraggio dell’incontro.

Ricostruire è un verbo profondamente pasquale. Significa credere che nessuna notte è definitiva, che nessuna pietra sepolcrale può trattenere per sempre la vita, e che Dio può far germogliare un nuovo inizio persino dalle nostre macerie.

Il cammino sinodale vissuto in questi anni vi ha già fatto sperimentare qualcosa di questo stile: incontrarsi, ascoltarsi, leggere insieme la realtà, presbiteri, laici, imparando a camminare insieme. Il signor Vescovo mi diceva che prima c’è stato, prima dell’Eucaristia, l’inizio dell’Anno Pastorale: affidiamo al Signore, affidiamo alla Madonna quest’anno pastorale. Ed è significativo che proprio dall’esperienza maturata in questo percorso di vita di Chiesa, e rilanciata nella recente assemblea diocesana, abbia preso forma la Lettera Pastorale 2026-2028 del vostro vescovo Giuseppe: «Liberi per amare e per servire».

Vi auguro proprio questo: che siate liberi per amare questa Chiesa, questa terra e questa umanità; liberi per servire senza paura; liberi per lasciare spazio a ciò che Dio continua a compiere in mezzo a noi.

Ed è bello che l’icona biblica scelta per il vostro cammino ecclesiale sia proprio l’Annunciazione. Maria, alla quale è dedicato questo antico e bellissimo Duomo, conosce la libertà di chi non possiede già tutte le risposte, ma si affida: si affida e si rende disponibile. E quando la terra sotto i nostri piedi, per qualsiasi ragione, sembrerà ancora tremare, rimanga salda in noi la promessa del Risorto: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Sia lodato Gesù Cristo.

(Assemblea: «Sempre sia lodato»)