Omelia Solennità Pasqua di Risurrezione

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Omelia Solennità Pasqua di Risurrezione

Pordenone 4 aprile 2021

 

Testimoni della gioia

 

Gesù è risorto e noi siamo chiamati ad essere suoi testimoni. Oggi in tutto i paesi del mondo risuona il solenne annuncio di gioia che porta speranza ad una umanità segnata dalla tragedia della pandemia che semina ancora paura, smarrimento, stanchezza e morte. Siamo qui anche noi come le donne e gli apostoli davanti al sepolcro vuoto di Gesù, dopo aver vissuto nella settimana Santa gli ultimi giorni della sua vita, in particolare la sua passione, crocifissione e morte. Il rischio che corriamo è che l’abitudine ci faccia dare per scontato l’essere qui oggi per fare memoria della Pasqua di Gesù e per vivere anche noi, che desideriamo aderire alla sua sequela, da risorti.

Tre donne, ci ha raccontato il Vangelo della veglia pasquale, si recarono al mattino presto al sepolcro, preoccupate di trovare qualche aiuto per “rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro” (Marco 16,3) per il rito dell’unzione. Entrate, pensavano di trovare il cadavere di Gesù e invece “videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura” (v. 5). Il Vangelo di Giovanni, che la liturgia ci fa leggere al mattino di Pasqua, parla di una donna, Maria di Magdala, che “si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio” (20,1). Interessante la sottolineatura ‘quando era ancora buio’. Per l’evangelista ha un significato simbolico: quel buio non è solo metereologico, ma esistenziale. Il cuore di Maria di Magdala è ancora avvolto dalle tenebre della morte. Non c’è sole che tenga per chi ha la morte dentro, che non permette di riconoscere i segni della presenza di Gesù. La donna non entra e piena di paura corre dai discepoli. Possiamo anche noi, carissimi, rispecchiarci nei sentimenti delle donne che corrono al sepolcro. Portavano dentro di sé il dramma appena vissuto, così come noi portiamo il dramma di una tragedia che da un anno ci sta provocando e ci fa paura. Per loro era la paura di fare la stessa fine del maestro; per noi la paura del dolore e della sofferenza. La tragedia nella quale ci si dibatte rischia di rubare la speranza.

In quel mattino presto, nessuno vide Gesù risorto! Ecco perché i vari racconti della risurrezione ci parlano della tomba vuota, delle bende e della pietra rotolata via che sono i segni, gli indizi, delle tracce di qualcosa di sconvolgente che è accaduto e che ci dicono che Gesù è vivo e risorto. Segni che rimandano alla Parola di Dio: “Non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti” (Giovanni 20,9). È necessario, come ha fatto il discepolo amato, entrare nel sepolcro con fiducia a amore: “e vide e credette” (v. 8). La nostra mente da sola non può comprendere né spiegare, perché la resurrezione è un’esperienza di vita che coinvolge tutto il nostro essere. Vedere, infatti, nel vangelo di Giovanni, significa fare esperienza. È un vedere che coinvolge tutti i sensi e non solo la vista, perché si vede con il cuore. Anche noi, in questo giorno di Pasqua siamo invitati a vedere quello che è capitato a Gesù e a credere. È un messaggio semplice e nello stesso tempo sconvolgente che risuona da due mila anni e che anche quest’oggi abbiamo risentito: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui” (Marco 16,6). Il sepolcro non ha potuto trattenere il corpo di Gesù, perché l’amore di Dio ha prevalso sulla morte. Il crocifisso è risorto! Ecco perché il messaggio della Pasqua è un messaggio di speranza anche per noi. Qualcosa di inaudito, di inedito è accaduto nella storia del mondo e accade ancora oggi. Gesù non è ritornato alla vita precedente, com’era successo a Lazzaro, è entrato definitivamente nella gloria del Padre, primizia di ogni vita umana, e in Gesù anche noi, possiamo sperimentare la pienezza della vita; una vita che dura per sempre, capace di illuminare il cammino di ciascuno e ciascuna di noi. Gesù, il crocifisso è risorto! Non cerchiamolo più nei luoghi della morte, dell’egoismo e dell’individualismo, né nella prevaricazione e nella disonestà, ma nell’amore e nel dono di sé, accogliendo il nuovo che entra nella storia.

Viene spontaneo, a questo punto, farmi e farvi una domanda: Ma come è possibile vivere oggi da risorti? Come si può testimoniare la gioia di Gesù vivente, in questo periodo non facile? Ci lasciamo guidare dalla Parola di Dio. La Lettera ai Colossesi, nel testo proclamato, ci offre una prima indicazione: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù” (3,1). La traduzione latina usa un verbo particolare: ‘sàpite’, abbiate il sapore delle cose di lassù! Non ci è chiesto di abbandonare la realtà umana, di scappare via da questo mondo e da tutto quello che ci offre. Dobbiamo essere radicati, incarnati in questa nostra terra, vivere nel mondo con tutte le sue cose belle e anche con le contraddizioni, amando appassionatamente la terra che Dio ci ha consegnato e gli uomini e le donne che la abitano, ma con un sapore diverso, con il sapore della risurrezione, di chi non appartiene alla morte o alla paura ma alla libertà che, se accolta, ci porta ad amare, a fare della nostra vita un dono, vivendola con passione e aprendoci agli altri, ai fratelli tutti, come ci ricorda papa Francesco nella sua ultima enciclica. “La vita sussiste dove c’è legame, comunione e fratellanza; ed è una vita più forte della morte quando è costruita su relazioni vere e legami di fedeltà. Al contrario, non c’è vita dove si ha la pretesa di appartenere solo a sé stessi e di vivere come isole: in questi atteggiamenti prevale la morte” (Fratelli tutti, 87).

Un’altra indicazione è presente nel Vangelo di Marco: “Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea” (16,7). La risurrezione è l’annuncio di una gioia nuova che irrompe nel mondo e che non può rimanere imprigionata o diventare prerogativa di pochi, ma deve arrivare a tutti, a partire dalla Galilea, terra delle genti, dove tutto è cominciato. Per noi, prima di tutto, significa ripercorrere il cammino della vita alla luce della Pasqua, ricercando nella quotidianità del vivere i segni della sua presenza. Siamo chiamati, poi, a portare l’annuncio della resurrezione dappertutto, ovunque l’uomo pianta una tenda o costruisce una casa, dove l’umanità vive, con la certezza che Lui, il risorto, ci precede ed è presente nel segno dell’amore e della condivisione. Non è più possibile rinchiuderci in noi stessi e fermarci a piangere il passato. Gesù non ci invita ad andare al sepolcro, a tornare indietro ma guardare in avanti e andare in Galilea, dove la gente vive e soffre, e portare la gioia, non quella effimera che dura un momento, ma la gioia vera, che nasce dalla resurrezione che è la sconfitta del male, del peccato e della morte

Carissimi, se anche oggi vogliamo incontrare il Signore Gesù, se desideriamo entrare in sintonia e in relazione con Lui e se vogliamo sperimentare l’amore di Dio, è fondamentale essere vicini agli altri, vivere la fraternità e la comunione, accorgerci delle sofferenze e delle necessità. Lui ci precede, cammina davanti a noi, è con noi e non ci lascia soli. Questo significa vivere la Pasqua ed essere cristiani. Ripartire dalla Pasqua, da questa Pasqua segnata dal dramma della pandemia, significa avere un cuore che brucia di amore e avere il coraggio di impegnarci per costruire un mondo migliore, superando l’egoismo, l’indifferenza verso chi soffre e lo sfruttamento indiscriminato della natura.

Buona Pasqua a tutti.

 

 

                                               + Giuseppe Pellegrini

                                                           vescovo

Pordenone
04/04/2021
33170 Pordenone, Friuli Venezia Giulia Italia