Omelia Pasqua di Risurrezione – Pordenone 27 marzo 2016

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Omelia Pasqua di Risurrezione

Pordenone 27 marzo 2016

 

Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa”. Queste parole contenute nella sequenza appena recitata, esprimono il messaggio centrale della Pasqua: Cristo è risorto da morte e porta al mondo intero la luce, la speranza e la gioia. La sua risurrezione segna la sconfitta sul male, sul peccato e sulla morte e il trionfo della vita. Pasqua è l’evento centrale della nostra fede, è l’evento capace di dare senso alla vita di ogni persona, è il fondamento della nostra speranza e la sorgente della nostra gioia. Con la risurrezione Gesù risorto ci rimette in piedi e ci vivere della sua vita con il suo Spirito.

Non è però così facile, come può sembrare, accostare e comprendere l’evento, il fatto della risurrezione. È capitato così anche alle donne e ai discepoli che per primi hanno fatto l’esperienza di Gesù risorto. Infatti, nei racconti evangelici della risurrezione, non dominano certo i toni caldi e suasivi della gioia incontenibile, anche perché tutti vanno a cercare Gesù nel sepolcro dove è stato posto un cadavere: l’unico posto dove Gesù risorto non poteva essere. Se si piange la persona morta, se ci si reca al suo sepolcro, non la si potrà di certo sperimentare viva e vivificante per la propria vita. “Maria di Magdala si recò al sepolcro al mattino, quando era ancora buio” (Giovanni 20,l). Occupano la scena la paura, l’incertezza, l’angoscia e l’incredulità. Il testo evangelico riassume tutti questi sentimenti con una espressione significativa: “Quando era ancora buio” (20,1). Le tenebre sono un’immagine eloquente dell’incomprensione che regna ancora nelle pie donne e nei discepoli. Significativa anche la conclusione del racconto evangelico di oggi: “Infatti non avevano ancora compreso la scrittura, che cioè Gesù doveva risorgere dai morti” (20,9). Gesù non viene trovato dalla paura delle donne e dall’incredulità dei discepoli.

Capita spesso anche a noi di far fatica a riconoscere i fatti nella loro pienezza. Quante volte la tristezza e l’ansia non ci hanno permesso di cogliere la bellezza della vita, la gioia di un incontro. Quante volte la paura di fronte alle molte pietre sepolcrali rotolate della nostra vita, non ci hanno permesso di amare! Abbiamo paura anche noi che qualcuno possa scoprire le nostre bende sanguinate per terra. Come i discepoli e le donne, forse anche i nostri sguardi sono ancora rivolti a terra (cfr. Luca 24,5), incapaci di riconoscere il risorto. Carissimi, se fossimo un po’ più convinti che Gesù è risorto, che è vivo e che ha vinto la morte, cambieremmo molti comportamenti e modi di fare e di pensare.  Come ci ha esortato san Paolo nella seconda lettura: “Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Colossesi 3,2). Siamo invitati a uscire dagli schemi abituali del nostro comportamento, a pensare che noi non siamo eterni, che la nostra patria è il cielo e che la nostra vita ha un significato pieno quando pensiamo non solo alle cose materiali. Non è un invito al disimpegno o all’indifferenza, ma a vivere senza aderire alle logiche mondane. Vivere da risorti significa manifestare nelle scelte concrete della vita e nelle azioni che compiamo che in noi c’è la vita di Gesù risorto, che noi siamo destinati al cielo. Cercare le cose di lassù vuol dire cercare le cose che veramente contano nella nostra vita, quelle che hanno un valore eterno, quali l’amore di Dio e la comunione con Lui, l’amore verso gli altri, la giustizia, la pace e la solidarietà verso tutti. Spesso noi viviamo rinchiusi in noi stessi, preoccupati solo dei nostri interessi e delle nostre necessità, così ci dimentichiamo che attorno a noi ci sono tante altre persone da amare, persone che hanno bisogno di noi: persone vicine e che ci vivono accanto, persone che non ci sono simpatiche, uomini e donne lontani, con tutte le loro sofferenze e i loro dolori.

Chi crede nella risurrezione non può restare indifferente alle sofferenze e alle tragedie che l’umanità di oggi sta vivendo. A conclusione della Via Crucis, papa Francesco ha pregato una lunga litania: “O croce di Cristo, simbolo dell’amore divino e dell’ingiustizia umana, strumento di morte e via di risurrezione”. Sotto la croce ci sono tante sofferenze e tragedie, ma anche tanti segni di speranza, situazioni dove molti vivono l’amore, la misericordia e la carità senza fare rumore e con responsabilità.  Mai come oggi l’umanità si sta chiudendo alla vita nuova che Gesù risorto ci dona. Ne sono prova le innumerevoli tragedie quotidiane di profughi che, ci ha ricordato il papa, “ancora oggi nel nostro Mediterraneo e mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero” cercano rifugio e accoglienza nelle nostre terre, e il fondamentalismo e il terrorismo che, profanando il nome di Dio, li utilizzano per giustificare massacri e violenze in Europa e in tanti altri stati del mondo. La Pasqua è il si di Dio all’amore e alla vita. L’ultima parola, così è stato per Gesù e così sarà per noi, non sarà della sofferenza e della morte, ma della gioia e della vita.

Per credere nella risurrezione e nella vita nuova che Gesù ci ha portato, è necessario, come hanno fatto le donne e gli apostoli, ricordare e fare memoria di tutto quello che il Signore ha operato dentro di noi e nella nostra vita. Credere nella risurrezione è sentire forte la presenza di Gesù vicino a noi. È scoprire, come è successo ai due discepoli di Emmaus, Gesù presente nel nostro cammino. È riconoscerlo nelle persone che ci ha messo accanto, che ci amano e che si preoccupano di noi. È vederlo nel volto dei poveri, dei soffrenti e dei bisognosi. Credere nella risurrezione è saper scorgere nelle persone che incontriamo, le piccole risurrezioni che Gesù opera quotidianamente. A motivo della Pasqua, riusciremo a vedere nella sofferenza la nostra gioia e nella morte la nostra vita!

Buona Pasqua a tutti.

                                                           + Giuseppe Pellegrini

                                                                       vescovo

Pordenone
27/03/2016
33170 Pordenone, Friuli Venezia Giulia Italia